Non avevo mai avuto l'abitudine di praticare sport. Non mi piaceva correre, non amavo sollevare pesi, non mi piaceva il contatto fisico con altri esseri umani del mio stesso sesso. La natura mi aveva fatto magro e questa era una fortuna, il vorace appetito che a volte mi coglieva non lasciava segni tangibili sul mio giro vita.
In quel preciso momento avrei voluto essere uno di quei maniaci della forma fisica che tanto amavo prendere per il culo. Se quella donna avesse continuato con quel ritmo mi sarei presto ritrovato per terra, senza fiato, con i polmoni in fiamme. Senza averla raggiunta, senza avere più un lavoro, senza potere ritornare alla mia vita tranquilla. Avrei vissuto i miei giorni nella terra di mezzo, incapace di trovare una via d'uscita.
Non la vedevo più. Anche più avanti lungo la strada i passanti camminavano senza essere disturbati. Era scomparsa. Avevo perso irrimediabilmente. Sconfitto senza partita di ritorno. Rallentai, dando sollievo alle mie stanche ginocchia. Non poteva essersi volatilizzata eppure quella era la triste realtà. Spostai lo sguardo tutto intorno, un uomo mi urtò mentre ciondolavo sul marciapiede. Non ero più parte di quel fiume come lo ero stato per una vita intera. Non ero acqua nell'acqua lanciata nella corrente. Ero un escluso, niente altro che un ostacolo tra la sorgente ed il mare. Lei non c'era più. Allungai il collo per osservare meglio l'altro lato della strada. Niente.
Immaginai la mia vita ai margini. Non ero mai stato indispensabile nell'azienda per la quale lavoravo, non ero il migliore dei loro venditori. Ero uno dei tanti. Uno del quale si poteva tranquillamente fare a meno. Non avrei trovato facilmente un altro lavoro, non certamente con le aziende che licenziavano invece di assumere. Non con persone molto più valide del sottoscritto che non riuscivano a trovare un cazzo di lavoro e finivano a parlare per ore in un telefono a ottocento euro al mese. Un passo alla mia destra ed i piedi si sarebbero ritrovati sulla strada. Quello era il mio posto. Non ero più parte del mondo che conoscevo.
Mi feci largo con i gomiti e riconquistai posizione vicino al muro dell'alto palazzo grigio. Tenevo gli occhi a terra. Quella ragazza era stato un sogno dal quale mi ero appena svegliato.
Non potevo tornare indietro. Dove ero pochi minuti prima, chi ero pochi minuti prima mi sembravano delle immagini sfocate. Andai avanti, mi lasciai trasportare dalla corrente come un detrito.
La mano che mi afferrava per il colletto della camicia mi fece trasalire. Mi sentì tirare verso uno stretto vicolo buio. Il sole sembrava incapace di penetrarne l'oscurità. Mi ritrovai trascinato senza poter vedere di chi fosse la mano. Cercavo di non cadere camminando goffamente all'indietro. Il vicolo era silenzioso oltre che buio, vedevo la gente che passava dove ero pochi istanti prima ma non c'era rumore di passi, non c'erano parole dette ad alta voce al cellulare. Non c'erano odori, solo il profumo del mare nelle giornate di primavera. Alla mia sinistra una porta era aperta, venni gettato dentro senza tanti riguardi poi il mio assalitore mi fu addosso.
Era lei, la ragazza che avevo seguito. E mi stava slacciando i pantaloni mentre la sua bocca cercava la mia e la sua lingua mi saettava in gola.
- Perché mi seguivi? -
La sua voce era roca, profonda. Sembrava entrarmi dentro, in posti che non avevo mai saputo di avere.
Era calda, bagnata quando me lo prese in mano e se lo mise dentro, cavalcandomi senza darmi la possibilità di muovermi. Poi venne, all'improvviso, tremando. E venni anch'io.
Si alzò. Immaginai per un momento il mio sperma che le colava lungo le coscie.
Mi gettò un cartoncino che aveva pescato nella borsetta. Lo presi con la mano destra e lo guardai. C'era un numero di cellulare.
- Chiamami quando vorrai rivedermi -
Non mi mossi mentre le sue gambe oltrepassavano la soglia e scomparivano nell'oscurità del vicolo.
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