martedì 8 aprile 2008
Non avevo mai avuto l'abitudine di praticare sport. Non mi piaceva correre, non amavo sollevare pesi, non mi piaceva il contatto fisico con altri esseri umani del mio stesso sesso. La natura mi aveva fatto magro e questa era una fortuna, il vorace appetito che a volte mi coglieva non lasciava segni tangibili sul mio giro vita.
In quel preciso momento avrei voluto essere uno di quei maniaci della forma fisica che tanto amavo prendere per il culo. Se quella donna avesse continuato con quel ritmo mi sarei presto ritrovato per terra, senza fiato, con i polmoni in fiamme. Senza averla raggiunta, senza avere più un lavoro, senza potere ritornare alla mia vita tranquilla. Avrei vissuto i miei giorni nella terra di mezzo, incapace di trovare una via d'uscita.
Non la vedevo più. Anche più avanti lungo la strada i passanti camminavano senza essere disturbati. Era scomparsa. Avevo perso irrimediabilmente. Sconfitto senza partita di ritorno. Rallentai, dando sollievo alle mie stanche ginocchia. Non poteva essersi volatilizzata eppure quella era la triste realtà. Spostai lo sguardo tutto intorno, un uomo mi urtò mentre ciondolavo sul marciapiede. Non ero più parte di quel fiume come lo ero stato per una vita intera. Non ero acqua nell'acqua lanciata nella corrente. Ero un escluso, niente altro che un ostacolo tra la sorgente ed il mare. Lei non c'era più. Allungai il collo per osservare meglio l'altro lato della strada. Niente.
Immaginai la mia vita ai margini. Non ero mai stato indispensabile nell'azienda per la quale lavoravo, non ero il migliore dei loro venditori. Ero uno dei tanti. Uno del quale si poteva tranquillamente fare a meno. Non avrei trovato facilmente un altro lavoro, non certamente con le aziende che licenziavano invece di assumere. Non con persone molto più valide del sottoscritto che non riuscivano a trovare un cazzo di lavoro e finivano a parlare per ore in un telefono a ottocento euro al mese. Un passo alla mia destra ed i piedi si sarebbero ritrovati sulla strada. Quello era il mio posto. Non ero più parte del mondo che conoscevo.
Mi feci largo con i gomiti e riconquistai posizione vicino al muro dell'alto palazzo grigio. Tenevo gli occhi a terra. Quella ragazza era stato un sogno dal quale mi ero appena svegliato.
Non potevo tornare indietro. Dove ero pochi minuti prima, chi ero pochi minuti prima mi sembravano delle immagini sfocate. Andai avanti, mi lasciai trasportare dalla corrente come un detrito.
La mano che mi afferrava per il colletto della camicia mi fece trasalire. Mi sentì tirare verso uno stretto vicolo buio. Il sole sembrava incapace di penetrarne l'oscurità. Mi ritrovai trascinato senza poter vedere di chi fosse la mano. Cercavo di non cadere camminando goffamente all'indietro. Il vicolo era silenzioso oltre che buio, vedevo la gente che passava dove ero pochi istanti prima ma non c'era rumore di passi, non c'erano parole dette ad alta voce al cellulare. Non c'erano odori, solo il profumo del mare nelle giornate di primavera. Alla mia sinistra una porta era aperta, venni gettato dentro senza tanti riguardi poi il mio assalitore mi fu addosso.
Era lei, la ragazza che avevo seguito. E mi stava slacciando i pantaloni mentre la sua bocca cercava la mia e la sua lingua mi saettava in gola.
- Perché mi seguivi? -
La sua voce era roca, profonda. Sembrava entrarmi dentro, in posti che non avevo mai saputo di avere.
Era calda, bagnata quando me lo prese in mano e se lo mise dentro, cavalcandomi senza darmi la possibilità di muovermi. Poi venne, all'improvviso, tremando. E venni anch'io.
Si alzò. Immaginai per un momento il mio sperma che le colava lungo le coscie.
Mi gettò un cartoncino che aveva pescato nella borsetta. Lo presi con la mano destra e lo guardai. C'era un numero di cellulare.
- Chiamami quando vorrai rivedermi -
Non mi mossi mentre le sue gambe oltrepassavano la soglia e scomparivano nell'oscurità del vicolo.
In quel preciso momento avrei voluto essere uno di quei maniaci della forma fisica che tanto amavo prendere per il culo. Se quella donna avesse continuato con quel ritmo mi sarei presto ritrovato per terra, senza fiato, con i polmoni in fiamme. Senza averla raggiunta, senza avere più un lavoro, senza potere ritornare alla mia vita tranquilla. Avrei vissuto i miei giorni nella terra di mezzo, incapace di trovare una via d'uscita.
Non la vedevo più. Anche più avanti lungo la strada i passanti camminavano senza essere disturbati. Era scomparsa. Avevo perso irrimediabilmente. Sconfitto senza partita di ritorno. Rallentai, dando sollievo alle mie stanche ginocchia. Non poteva essersi volatilizzata eppure quella era la triste realtà. Spostai lo sguardo tutto intorno, un uomo mi urtò mentre ciondolavo sul marciapiede. Non ero più parte di quel fiume come lo ero stato per una vita intera. Non ero acqua nell'acqua lanciata nella corrente. Ero un escluso, niente altro che un ostacolo tra la sorgente ed il mare. Lei non c'era più. Allungai il collo per osservare meglio l'altro lato della strada. Niente.
Immaginai la mia vita ai margini. Non ero mai stato indispensabile nell'azienda per la quale lavoravo, non ero il migliore dei loro venditori. Ero uno dei tanti. Uno del quale si poteva tranquillamente fare a meno. Non avrei trovato facilmente un altro lavoro, non certamente con le aziende che licenziavano invece di assumere. Non con persone molto più valide del sottoscritto che non riuscivano a trovare un cazzo di lavoro e finivano a parlare per ore in un telefono a ottocento euro al mese. Un passo alla mia destra ed i piedi si sarebbero ritrovati sulla strada. Quello era il mio posto. Non ero più parte del mondo che conoscevo.
Mi feci largo con i gomiti e riconquistai posizione vicino al muro dell'alto palazzo grigio. Tenevo gli occhi a terra. Quella ragazza era stato un sogno dal quale mi ero appena svegliato.
Non potevo tornare indietro. Dove ero pochi minuti prima, chi ero pochi minuti prima mi sembravano delle immagini sfocate. Andai avanti, mi lasciai trasportare dalla corrente come un detrito.
La mano che mi afferrava per il colletto della camicia mi fece trasalire. Mi sentì tirare verso uno stretto vicolo buio. Il sole sembrava incapace di penetrarne l'oscurità. Mi ritrovai trascinato senza poter vedere di chi fosse la mano. Cercavo di non cadere camminando goffamente all'indietro. Il vicolo era silenzioso oltre che buio, vedevo la gente che passava dove ero pochi istanti prima ma non c'era rumore di passi, non c'erano parole dette ad alta voce al cellulare. Non c'erano odori, solo il profumo del mare nelle giornate di primavera. Alla mia sinistra una porta era aperta, venni gettato dentro senza tanti riguardi poi il mio assalitore mi fu addosso.
Era lei, la ragazza che avevo seguito. E mi stava slacciando i pantaloni mentre la sua bocca cercava la mia e la sua lingua mi saettava in gola.
- Perché mi seguivi? -
La sua voce era roca, profonda. Sembrava entrarmi dentro, in posti che non avevo mai saputo di avere.
Era calda, bagnata quando me lo prese in mano e se lo mise dentro, cavalcandomi senza darmi la possibilità di muovermi. Poi venne, all'improvviso, tremando. E venni anch'io.
Si alzò. Immaginai per un momento il mio sperma che le colava lungo le coscie.
Mi gettò un cartoncino che aveva pescato nella borsetta. Lo presi con la mano destra e lo guardai. C'era un numero di cellulare.
- Chiamami quando vorrai rivedermi -
Non mi mossi mentre le sue gambe oltrepassavano la soglia e scomparivano nell'oscurità del vicolo.
lunedì 7 aprile 2008
I suoi capelli danzavano nel vento. Riflessi ramati sotto la luce del sole. Camminava veloce, incurante degli altri passanti. Più d'uno si era voltato, urtato oppure calpestato, poi innamorato di quella figura che velocemente sfuggiva allo sguardo ed alla parola.
L'avevo notata mentre veniva avanti da destra. Non soffermavo mai troppo lo sguardo su una ragazza, non era il mio modo di fare. Non mi avrebbe consentito di recitare per bene la mia parte di uomo misterioso ed incurante delle cose della vita. Quando mi capitava, facevo scivolare lo sguardo per il tempo sufficiente affinché l'oggetto dello stesso si accorgesse del mio interesse poi facevo finta di niente. Integravo la ragazza di turno nel paesaggio della mia mente ed aspettavo. A volte funzionava.
Non questa volta. Mio malgrado non riuscivo a staccare gli occhi da quella figura imperiosa che sembrava volteggiare sulle scarpe altrui. I miei occhi scivolavano sulle ombre che si formavano sul suo corpo. La vedevo a colori in un mondo in bianco e nero.
Stavo andando ad un appuntamento di lavoro. Non so perché ma facevo da anni il venditore anche se non mi piaceva. Forse l'abitudine si radicava così in profondità da impedirti di vedere i giorni e gli anni che passavano. Forse era l'unica vita che conoscevo ed ero troppo stupido per poterla cambiare. Forse, semplicemente, non me ne importava nulla. L'ufficio del mio cliente era un centinaio di metri più in là. Nella direzione sbagliata. Quella donna andava dall'altra parte.
Fu un attimo. Il tempo di posare gli occhi sulla punta delle mie scarpe che queste già si stavano girando.
Il mio sguardo posato sulla schiena della donna, che già lontana stava voltando a destra. Ero dall'altra parte della strada, lontano dalle striscie pedonali. Mi gettai in mezzo alla strada, rana che fa ciak in una strada affollata, sfiorai la fiancata di un autobus, gli occhi incollati ad un perizoma bianco su culo abbronzato, ed approdai sul marciapiedi opposto.
La ragazza era scomparsa. Il posto dove avrei dovuto andare mi sembrava improvvisamente così lontano. Irraggiungibile anche se avessi cambiato idea. Impossibile anche se avessi voluto riportare il treno su binari conosciuti.
Accellerai il passo ed arrivai all'incrocio, guardai in fondo alla strada e vidi il sasso che muoveva la superficie dell'acqua. Un paio di centinaia di metri più avanti quella donna continuava ad urtare spalle e calpestare piedi.
Il cellulare vibrò nella tasca dei miei pantaloni, lo tirai fuori e guardai il numero che compariva sullo schermo. Era il mio ufficio. Immaginai le domande e le risposte, dove sei, ti stanno aspettando, sei in ritardo. Poi lo gettai davanti a me, vibrante verme tecnologico mentre lo calpestavo con il piede destro. Era la vita stessa, la vita che avevo conosciuto fino ad allora, ciò che calpestavo. Ciò che distruggevo. Era una parte di me che lasciavo distrutta su quel marciapiede. Quel semplice atto, nulla sarebbe più stato come era. Io non sarei più stato lo stesso.
La donna stava nuovamente svoltando in una strada laterale. Cominciai a correre verso quel nuovo incrocio. La valigetta che tenevo in mano mi dava fastidio. La gettai in un cassonetto. La mia vita, i miei vestiti, i miei accessori, tutto mi sembrava inutile pesante orpello alla mia esistenza. All that you can't leave behind. Quanta importanza avevo dato a quelle cose. Quanta poca ne avevano in realtà. L'unica cosa che mi importava era là davanti, lunghe gambe che scivolavano nel tempo.
L'avevo notata mentre veniva avanti da destra. Non soffermavo mai troppo lo sguardo su una ragazza, non era il mio modo di fare. Non mi avrebbe consentito di recitare per bene la mia parte di uomo misterioso ed incurante delle cose della vita. Quando mi capitava, facevo scivolare lo sguardo per il tempo sufficiente affinché l'oggetto dello stesso si accorgesse del mio interesse poi facevo finta di niente. Integravo la ragazza di turno nel paesaggio della mia mente ed aspettavo. A volte funzionava.
Non questa volta. Mio malgrado non riuscivo a staccare gli occhi da quella figura imperiosa che sembrava volteggiare sulle scarpe altrui. I miei occhi scivolavano sulle ombre che si formavano sul suo corpo. La vedevo a colori in un mondo in bianco e nero.
Stavo andando ad un appuntamento di lavoro. Non so perché ma facevo da anni il venditore anche se non mi piaceva. Forse l'abitudine si radicava così in profondità da impedirti di vedere i giorni e gli anni che passavano. Forse era l'unica vita che conoscevo ed ero troppo stupido per poterla cambiare. Forse, semplicemente, non me ne importava nulla. L'ufficio del mio cliente era un centinaio di metri più in là. Nella direzione sbagliata. Quella donna andava dall'altra parte.
Fu un attimo. Il tempo di posare gli occhi sulla punta delle mie scarpe che queste già si stavano girando.
Il mio sguardo posato sulla schiena della donna, che già lontana stava voltando a destra. Ero dall'altra parte della strada, lontano dalle striscie pedonali. Mi gettai in mezzo alla strada, rana che fa ciak in una strada affollata, sfiorai la fiancata di un autobus, gli occhi incollati ad un perizoma bianco su culo abbronzato, ed approdai sul marciapiedi opposto.
La ragazza era scomparsa. Il posto dove avrei dovuto andare mi sembrava improvvisamente così lontano. Irraggiungibile anche se avessi cambiato idea. Impossibile anche se avessi voluto riportare il treno su binari conosciuti.
Accellerai il passo ed arrivai all'incrocio, guardai in fondo alla strada e vidi il sasso che muoveva la superficie dell'acqua. Un paio di centinaia di metri più avanti quella donna continuava ad urtare spalle e calpestare piedi.
Il cellulare vibrò nella tasca dei miei pantaloni, lo tirai fuori e guardai il numero che compariva sullo schermo. Era il mio ufficio. Immaginai le domande e le risposte, dove sei, ti stanno aspettando, sei in ritardo. Poi lo gettai davanti a me, vibrante verme tecnologico mentre lo calpestavo con il piede destro. Era la vita stessa, la vita che avevo conosciuto fino ad allora, ciò che calpestavo. Ciò che distruggevo. Era una parte di me che lasciavo distrutta su quel marciapiede. Quel semplice atto, nulla sarebbe più stato come era. Io non sarei più stato lo stesso.
La donna stava nuovamente svoltando in una strada laterale. Cominciai a correre verso quel nuovo incrocio. La valigetta che tenevo in mano mi dava fastidio. La gettai in un cassonetto. La mia vita, i miei vestiti, i miei accessori, tutto mi sembrava inutile pesante orpello alla mia esistenza. All that you can't leave behind. Quanta importanza avevo dato a quelle cose. Quanta poca ne avevano in realtà. L'unica cosa che mi importava era là davanti, lunghe gambe che scivolavano nel tempo.
SOLO UN VOTO
Solo un voto, sempre solo un voto.
Un voto, solo uno. Uno fra tanti. Uno con tanti.
Un voto utile, un voto di necessità, un voto comprato, uno venduto, un voto rubato, un voto convinto, uno donato, uno sognato, un voto bagnato di lacrime amare, un voto con il sorriso, un voto doloroso, un voto a cuor leggero, un voto che pesa, uno che tanto non cambia nulla, il primo, il centesimo, un voto rassegnato, un voto di chi non si arrende, un voto estremista, un voto certo, un voto che io speriamo che me la cavo, un voto ad occhi chiusi, un voto dove capita, uno perché quegli altri mi fanno paura, uno contro i fascisti, uno contro i comunisti, un voto a favore, uno contro, un voto che importa, un voto che non me ne frega nulla, un voto di sole, uno di vento, uno di pioggia.
Un voto, solo uno. Uno fra tanti. Uno con tanti.
Un voto utile, un voto di necessità, un voto comprato, uno venduto, un voto rubato, un voto convinto, uno donato, uno sognato, un voto bagnato di lacrime amare, un voto con il sorriso, un voto doloroso, un voto a cuor leggero, un voto che pesa, uno che tanto non cambia nulla, il primo, il centesimo, un voto rassegnato, un voto di chi non si arrende, un voto estremista, un voto certo, un voto che io speriamo che me la cavo, un voto ad occhi chiusi, un voto dove capita, uno perché quegli altri mi fanno paura, uno contro i fascisti, uno contro i comunisti, un voto a favore, uno contro, un voto che importa, un voto che non me ne frega nulla, un voto di sole, uno di vento, uno di pioggia.
venerdì 27 aprile 2007
Pagine Bianche
Questa volta l'ho fatta grossa.
Mi sono appisolato mentre leggevo I ragazzi di Berlinguer di Pietro Folena ed ho saltato la mia stazione.
Non mi ero mai avventurato così lontano sulla linea 4.
Dal finestrino mi guardano paesaggi mai visti, campi incolti di colore marrone sporco intervallati a distese di sabbia gialla, una fila di basse montagne che incornicia un orizzonte grigio scuro come se volesse piovere ma non ci sono tuoni, non ci sono lampi, non c'è attività, tutto è immobile al di fuori del treno che scorre veloce sui propri binari.
Ho visto delle facce mentre il treno rallentava ad una stazione alla quale nessuno è sceso e nessuno è salito, ho visto queste facce e loro hanno visto me, ne sono sicuro, ma è più come se si fossero specchiate nel finestrino.
Non hanno mosso ciglio nemmeno quando li ho salutati con il dito medio alzato.
Il cellulare si è spento e non riesco più ad accenderlo, l'orologio che porto al polso si è fermato mentre dormivo, strano perché lo avevo caricato questa mattina giusto prima di uscire di casa, lo faccio sempre, è un abitudine, come lavarsi i denti, come farsi la doccia.
Il cellulare era l'unico modo di poter sapere che ora è.
Non so più se è mattino, erano le otto quando ho preso il tram...e a proposito, da quando un semplice tram viaggia alla velocità di uno Shinkansen giapponese?
Cazzo, questo è veramente strano, i pali del telegrafo, telegrafo?
Perché ho detto telegrafo? Forse suona meglio?
Comunque i pali, di quello che siano, scorrono veloci, lo sfondo no, quello è fisso, quel picco montagnoso è nella stessa posizione da quando mi sono risvegliato.
Sembra che a cambiare siano solo i campi, come se un montatore facesse scorrere su uno sfondo fisso ciò che i miei occhi possono afferrare in primo piano.
Dunque, calcolare l'ora osservando con cura la posizione del sole.
Già peccato che il sole non ci sia, solo grigio, scuro ed uniforme.
Prima mi erano sembrate nuvole di tempesta, ma le nuvole hanno sfumature, le nuvole hanno profondità, cambiano di peso, di consistenza, si spostano con il vento.
Quel grigio è unito, non cambia.
E' come le montagne, anzi è lo sfondo al quale si appoggiano le montagne.
Mi alzo, devo andare in bagno. Appena trovo qualcuno gli chiederò se sa dove siamo, ci sarà pure qualche viaggiatore che sale sulla linea 4 ed arriva fino al capolinea, basta trovare la persona giusta e tutto avrà una spiegazione.
Cazzo, mi sono dimenticato, sono su un tram che viaggia come uno Shinkansen ma che non è uno Shinkansen, ergo i bagni non esistono e non esistono neanche altri passeggeri.
lascio che i miei occhi ispezionino tutti i vagoni anche nei più reconditi anfratti degli snodi in gomma che separano le tre carrozze.
Non c'è nessuno, non c'è nemmeno il conducente là in fondo.
Forse se mi sposto in testa vedrò un pò meglio cosa c'è più avanti, una stazione, il mare, una folla festante, un pesce d'aprile.
Cammino appoggiandomi ai sedili, il tram sbatacchia parecchio e cigola in differenti punti, forse la velocità è troppo alta e la struttura non regge.
Arrivo in testa e vedo lo stesso picco montagnoso che vedevo dal mio finestrino, lo stesso grigio uniforme, guardo a sinistra e l'immagine non cambia.
Non è possibile, guardo verso la coda e quel picco anche là.
Chiudo gli occhi, quando li riaprirò mi accorgerò di essere sotto l'ufficio, il gelato a mezzanotte fa strani scherzi a volte.
Sento uno strano bruciore sotto le palpebre e mi accorgo che le lacrime mi stanno scorrendo copiose lungo le guancie.
Sto piangendo e non riesco a fermarmi.
Quel picco montagnoso mi guarda, a destra, a sinistra, dietro e davanti.
Sono sveglio e non riesco a svegliarmi perché non posso essere sveglio e vedere ciò che vedo.
Torno al mio posto, raccolgo il libro, deve essere caduto mentre passeggiavo lungo il tram, si apre e le pagine sono bianche, tutte dalla prima all'ultima, me lo rigiro tra le mani, in copertina c'è la mia faccia sorridente, il mio nome è il titolo, il mio nome è anche l'autore.
Finalmente capisco e smetto di piangere.
Vuota è la mia vita, vuoto è il libro della mia vita, solo pagine bianche in attesa di essere scritte.
E come d'incanto qualcosa compare, nero su fondo bianco.
Il tram rallenta, il picco montagnoso è dietro ma non è più destra, non è più a sinistra, non è più davanti.
La stazione alla quale scendo è deserta ma vedo sull'altro binario un altro tram che mi aspetta per riportarmi indietro e sento tra le mie mani che l'inchiostro scorre sulle pagine bianche.
Birdie Parker
Mi sono appisolato mentre leggevo I ragazzi di Berlinguer di Pietro Folena ed ho saltato la mia stazione.
Non mi ero mai avventurato così lontano sulla linea 4.
Dal finestrino mi guardano paesaggi mai visti, campi incolti di colore marrone sporco intervallati a distese di sabbia gialla, una fila di basse montagne che incornicia un orizzonte grigio scuro come se volesse piovere ma non ci sono tuoni, non ci sono lampi, non c'è attività, tutto è immobile al di fuori del treno che scorre veloce sui propri binari.
Ho visto delle facce mentre il treno rallentava ad una stazione alla quale nessuno è sceso e nessuno è salito, ho visto queste facce e loro hanno visto me, ne sono sicuro, ma è più come se si fossero specchiate nel finestrino.
Non hanno mosso ciglio nemmeno quando li ho salutati con il dito medio alzato.
Il cellulare si è spento e non riesco più ad accenderlo, l'orologio che porto al polso si è fermato mentre dormivo, strano perché lo avevo caricato questa mattina giusto prima di uscire di casa, lo faccio sempre, è un abitudine, come lavarsi i denti, come farsi la doccia.
Il cellulare era l'unico modo di poter sapere che ora è.
Non so più se è mattino, erano le otto quando ho preso il tram...e a proposito, da quando un semplice tram viaggia alla velocità di uno Shinkansen giapponese?
Cazzo, questo è veramente strano, i pali del telegrafo, telegrafo?
Perché ho detto telegrafo? Forse suona meglio?
Comunque i pali, di quello che siano, scorrono veloci, lo sfondo no, quello è fisso, quel picco montagnoso è nella stessa posizione da quando mi sono risvegliato.
Sembra che a cambiare siano solo i campi, come se un montatore facesse scorrere su uno sfondo fisso ciò che i miei occhi possono afferrare in primo piano.
Dunque, calcolare l'ora osservando con cura la posizione del sole.
Già peccato che il sole non ci sia, solo grigio, scuro ed uniforme.
Prima mi erano sembrate nuvole di tempesta, ma le nuvole hanno sfumature, le nuvole hanno profondità, cambiano di peso, di consistenza, si spostano con il vento.
Quel grigio è unito, non cambia.
E' come le montagne, anzi è lo sfondo al quale si appoggiano le montagne.
Mi alzo, devo andare in bagno. Appena trovo qualcuno gli chiederò se sa dove siamo, ci sarà pure qualche viaggiatore che sale sulla linea 4 ed arriva fino al capolinea, basta trovare la persona giusta e tutto avrà una spiegazione.
Cazzo, mi sono dimenticato, sono su un tram che viaggia come uno Shinkansen ma che non è uno Shinkansen, ergo i bagni non esistono e non esistono neanche altri passeggeri.
lascio che i miei occhi ispezionino tutti i vagoni anche nei più reconditi anfratti degli snodi in gomma che separano le tre carrozze.
Non c'è nessuno, non c'è nemmeno il conducente là in fondo.
Forse se mi sposto in testa vedrò un pò meglio cosa c'è più avanti, una stazione, il mare, una folla festante, un pesce d'aprile.
Cammino appoggiandomi ai sedili, il tram sbatacchia parecchio e cigola in differenti punti, forse la velocità è troppo alta e la struttura non regge.
Arrivo in testa e vedo lo stesso picco montagnoso che vedevo dal mio finestrino, lo stesso grigio uniforme, guardo a sinistra e l'immagine non cambia.
Non è possibile, guardo verso la coda e quel picco anche là.
Chiudo gli occhi, quando li riaprirò mi accorgerò di essere sotto l'ufficio, il gelato a mezzanotte fa strani scherzi a volte.
Sento uno strano bruciore sotto le palpebre e mi accorgo che le lacrime mi stanno scorrendo copiose lungo le guancie.
Sto piangendo e non riesco a fermarmi.
Quel picco montagnoso mi guarda, a destra, a sinistra, dietro e davanti.
Sono sveglio e non riesco a svegliarmi perché non posso essere sveglio e vedere ciò che vedo.
Torno al mio posto, raccolgo il libro, deve essere caduto mentre passeggiavo lungo il tram, si apre e le pagine sono bianche, tutte dalla prima all'ultima, me lo rigiro tra le mani, in copertina c'è la mia faccia sorridente, il mio nome è il titolo, il mio nome è anche l'autore.
Finalmente capisco e smetto di piangere.
Vuota è la mia vita, vuoto è il libro della mia vita, solo pagine bianche in attesa di essere scritte.
E come d'incanto qualcosa compare, nero su fondo bianco.
Il tram rallenta, il picco montagnoso è dietro ma non è più destra, non è più a sinistra, non è più davanti.
La stazione alla quale scendo è deserta ma vedo sull'altro binario un altro tram che mi aspetta per riportarmi indietro e sento tra le mie mani che l'inchiostro scorre sulle pagine bianche.
Birdie Parker
mercoledì 18 aprile 2007
LA NEVE CADE FITTA
La neve cade fitta.
La neve cade fitta a coprire le rovine di Telelandia.
L'immondizia ai lati delle strade è come per incanto cancellata, i poveri che chiedono l'elemosina sembrano più belli, quasi figure romantiche d'altri tempi, le puttane nere, con i loro falò, più rassicuranti.
Quei fiocchi bianchi, di una neve bagnata e pesante, di quella neve che scompare solo a primavera, sono il toccasana, la panacea, sono il tappeto che manca in salotto, sotto il quale scopare la polvere.
L'uomo guarda in sù, la neve che cade lo fa sentire nuovamente bambino, salta spalancando le braccia, i palmi rivolti all'insù.
Salta rischiando di scivolare e farsi male sul marciapiede bagnato.
Ad ogni modo salta.
Un gruppo di giovani pesta la neve caduta con passi pesanti.
In testa al gruppo una ragazza incita i compagni con un megafono.
L'immagine è calda in questo freddo giorno. Le loro sciarpe, i loro cappelli, i loro giubbotti portano i colori del sole e della terra.
I loro striscioni hanno grosse parole nere su fondo bianco che così tanto bianco non sembra se lo si confronta con la neve che cade, anzi forse è un pò giallo.
Dietro ai giovani altri giovani, non si riesce a distinguerli, hanno passamontagna neri su giubbotti neri e dietro di loro la neve si scioglie ai fuochi delle auto incendiate.
La neve si scioglie e le rovine di Telelandia si fanno vedere.
L'uomo guarda il gruppo di giovani e scuote la testa.
Li ha visti tante volte in televisione e non capisce cosa li tormenta.
E non capisce cosa hanno contro questo mondo, contro questa società.
Mormora qualcosa, parla con un filo di voce, li apostrofa senza che lo sentano.
Andé a lavuré barbun...
Cerca di decifrare ciò che è scritto su uno degli striscioni, si toglie gli occhiali e li pulisce con un dito.
Gli sembra di guardare attraverso un sottile velo d'acqua, i caratteri sono sfocati però non tarda a interpretare il senso del messaggio.
...Meno pagine vuote più stomaci pieni...
Si sente colpito nel profondo.
Ma come, proprio l'altra sera sua figlia, quella più giovane e carina ha esordito come Paginetta nel nuovo programma di Canale Sei Come Vuoi e questi se la prendono con lei?
Cosa ha fatto di male quella povera ragazza?
Tutti gli hanno telefonato, gli hanno fatto i complimenti.
Il suo vicino di casa gli ha addirittura detto che era rimasto piacevolmente colpito da come la ragazza si era depilata la fica e che non pensava che avesse il culo così sodo.
Insomma, come non essere orgogliosi di una figlia del genere.
Forse, addirittura, da quanto dicono i giornali questa mattina, già fidanzata con Bobo Ieri, il famoso giocatore di petanca, multimilionario e con case in tutti i posti che contano, da Baghdad a Pyongiang.
E questi bastardi, sicuramente figli di altri bastardi, la chiamano pagina vuota.
L'uomo sente la rabbia montargli dentro, vorrebbe poter dire qualcosa, ma ha paura, sono tanti e quelli vestiti in nero che incendiano le auto parcheggiate sembrano proprio così cattivi.
Tanto vale fotografarli con il cellulare così che li possano identificare e sbattere in galera oppure ai lavori forzati.
Ecco quella ragazza con gli occhiali sembra un bel soggetto.
Peccato che quelli in nero abbiano il passamontagna.
E quel ragazzo con i capelli lunghi...barbun, eccoti la foto, sorridi testa di cazzo.
Domani vi divertirete, bastardi.
Così imparate ad insultare mia figlia.
Se solo sapeste come è dura arrivare a fare la Paginetta in televisione.
Se solo sapeste come è dura rappresentare l'immagine del paese.
Quanti colloqui ha dovuto affrontare sua figlia, sempre nuda anche d'inverno, perché tutti potessero valutare quello che poi sarebbe andato in onda, con quanti politici, produttori, registi, truccatori, inservienti, portinai, autisti, tassisti, panettieri, camerieri è dovuta andare a letto per arrivare dove è arrivata.
Bastardi, teste di cazzo.
A protestare in questa bella giornata di neve invece di provare a diventare dei campioni di petanca.
L'uomo gira la testa dall'altra parte mentre il piccolo corteo gli scorre lento davanti. Non vuole guardarli, gli hanno già guastato ciò che resta della giornata.
Forse neppure Palazzo Chigi, il nuovo reality lanciato da Canale Sei Come Vuoi riuscirà a tirarlo su.
E pensare che era pronto al televoto.
Tanto lì tutti vengono nominati e nessuno lascia mai la casa, è un bel gioco.
La neve cade fitta a coprire le rovine di Telelandia.
Birdie Parker
La neve cade fitta a coprire le rovine di Telelandia.
L'immondizia ai lati delle strade è come per incanto cancellata, i poveri che chiedono l'elemosina sembrano più belli, quasi figure romantiche d'altri tempi, le puttane nere, con i loro falò, più rassicuranti.
Quei fiocchi bianchi, di una neve bagnata e pesante, di quella neve che scompare solo a primavera, sono il toccasana, la panacea, sono il tappeto che manca in salotto, sotto il quale scopare la polvere.
L'uomo guarda in sù, la neve che cade lo fa sentire nuovamente bambino, salta spalancando le braccia, i palmi rivolti all'insù.
Salta rischiando di scivolare e farsi male sul marciapiede bagnato.
Ad ogni modo salta.
Un gruppo di giovani pesta la neve caduta con passi pesanti.
In testa al gruppo una ragazza incita i compagni con un megafono.
L'immagine è calda in questo freddo giorno. Le loro sciarpe, i loro cappelli, i loro giubbotti portano i colori del sole e della terra.
I loro striscioni hanno grosse parole nere su fondo bianco che così tanto bianco non sembra se lo si confronta con la neve che cade, anzi forse è un pò giallo.
Dietro ai giovani altri giovani, non si riesce a distinguerli, hanno passamontagna neri su giubbotti neri e dietro di loro la neve si scioglie ai fuochi delle auto incendiate.
La neve si scioglie e le rovine di Telelandia si fanno vedere.
L'uomo guarda il gruppo di giovani e scuote la testa.
Li ha visti tante volte in televisione e non capisce cosa li tormenta.
E non capisce cosa hanno contro questo mondo, contro questa società.
Mormora qualcosa, parla con un filo di voce, li apostrofa senza che lo sentano.
Andé a lavuré barbun...
Cerca di decifrare ciò che è scritto su uno degli striscioni, si toglie gli occhiali e li pulisce con un dito.
Gli sembra di guardare attraverso un sottile velo d'acqua, i caratteri sono sfocati però non tarda a interpretare il senso del messaggio.
...Meno pagine vuote più stomaci pieni...
Si sente colpito nel profondo.
Ma come, proprio l'altra sera sua figlia, quella più giovane e carina ha esordito come Paginetta nel nuovo programma di Canale Sei Come Vuoi e questi se la prendono con lei?
Cosa ha fatto di male quella povera ragazza?
Tutti gli hanno telefonato, gli hanno fatto i complimenti.
Il suo vicino di casa gli ha addirittura detto che era rimasto piacevolmente colpito da come la ragazza si era depilata la fica e che non pensava che avesse il culo così sodo.
Insomma, come non essere orgogliosi di una figlia del genere.
Forse, addirittura, da quanto dicono i giornali questa mattina, già fidanzata con Bobo Ieri, il famoso giocatore di petanca, multimilionario e con case in tutti i posti che contano, da Baghdad a Pyongiang.
E questi bastardi, sicuramente figli di altri bastardi, la chiamano pagina vuota.
L'uomo sente la rabbia montargli dentro, vorrebbe poter dire qualcosa, ma ha paura, sono tanti e quelli vestiti in nero che incendiano le auto parcheggiate sembrano proprio così cattivi.
Tanto vale fotografarli con il cellulare così che li possano identificare e sbattere in galera oppure ai lavori forzati.
Ecco quella ragazza con gli occhiali sembra un bel soggetto.
Peccato che quelli in nero abbiano il passamontagna.
E quel ragazzo con i capelli lunghi...barbun, eccoti la foto, sorridi testa di cazzo.
Domani vi divertirete, bastardi.
Così imparate ad insultare mia figlia.
Se solo sapeste come è dura arrivare a fare la Paginetta in televisione.
Se solo sapeste come è dura rappresentare l'immagine del paese.
Quanti colloqui ha dovuto affrontare sua figlia, sempre nuda anche d'inverno, perché tutti potessero valutare quello che poi sarebbe andato in onda, con quanti politici, produttori, registi, truccatori, inservienti, portinai, autisti, tassisti, panettieri, camerieri è dovuta andare a letto per arrivare dove è arrivata.
Bastardi, teste di cazzo.
A protestare in questa bella giornata di neve invece di provare a diventare dei campioni di petanca.
L'uomo gira la testa dall'altra parte mentre il piccolo corteo gli scorre lento davanti. Non vuole guardarli, gli hanno già guastato ciò che resta della giornata.
Forse neppure Palazzo Chigi, il nuovo reality lanciato da Canale Sei Come Vuoi riuscirà a tirarlo su.
E pensare che era pronto al televoto.
Tanto lì tutti vengono nominati e nessuno lascia mai la casa, è un bel gioco.
La neve cade fitta a coprire le rovine di Telelandia.
Birdie Parker
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