martedì 8 aprile 2008

Non avevo mai avuto l'abitudine di praticare sport. Non mi piaceva correre, non amavo sollevare pesi, non mi piaceva il contatto fisico con altri esseri umani del mio stesso sesso. La natura mi aveva fatto magro e questa era una fortuna, il vorace appetito che a volte mi coglieva non lasciava segni tangibili sul mio giro vita.
In quel preciso momento avrei voluto essere uno di quei maniaci della forma fisica che tanto amavo prendere per il culo. Se quella donna avesse continuato con quel ritmo mi sarei presto ritrovato per terra, senza fiato, con i polmoni in fiamme. Senza averla raggiunta, senza avere più un lavoro, senza potere ritornare alla mia vita tranquilla. Avrei vissuto i miei giorni nella terra di mezzo, incapace di trovare una via d'uscita.
Non la vedevo più. Anche più avanti lungo la strada i passanti camminavano senza essere disturbati. Era scomparsa. Avevo perso irrimediabilmente. Sconfitto senza partita di ritorno. Rallentai, dando sollievo alle mie stanche ginocchia. Non poteva essersi volatilizzata eppure quella era la triste realtà. Spostai lo sguardo tutto intorno, un uomo mi urtò mentre ciondolavo sul marciapiede. Non ero più parte di quel fiume come lo ero stato per una vita intera. Non ero acqua nell'acqua lanciata nella corrente. Ero un escluso, niente altro che un ostacolo tra la sorgente ed il mare. Lei non c'era più. Allungai il collo per osservare meglio l'altro lato della strada. Niente.
Immaginai la mia vita ai margini. Non ero mai stato indispensabile nell'azienda per la quale lavoravo, non ero il migliore dei loro venditori. Ero uno dei tanti. Uno del quale si poteva tranquillamente fare a meno. Non avrei trovato facilmente un altro lavoro, non certamente con le aziende che licenziavano invece di assumere. Non con persone molto più valide del sottoscritto che non riuscivano a trovare un cazzo di lavoro e finivano a parlare per ore in un telefono a ottocento euro al mese. Un passo alla mia destra ed i piedi si sarebbero ritrovati sulla strada. Quello era il mio posto. Non ero più parte del mondo che conoscevo.
Mi feci largo con i gomiti e riconquistai posizione vicino al muro dell'alto palazzo grigio. Tenevo gli occhi a terra. Quella ragazza era stato un sogno dal quale mi ero appena svegliato.
Non potevo tornare indietro. Dove ero pochi minuti prima, chi ero pochi minuti prima mi sembravano delle immagini sfocate. Andai avanti, mi lasciai trasportare dalla corrente come un detrito.
La mano che mi afferrava per il colletto della camicia mi fece trasalire. Mi sentì tirare verso uno stretto vicolo buio. Il sole sembrava incapace di penetrarne l'oscurità. Mi ritrovai trascinato senza poter vedere di chi fosse la mano. Cercavo di non cadere camminando goffamente all'indietro. Il vicolo era silenzioso oltre che buio, vedevo la gente che passava dove ero pochi istanti prima ma non c'era rumore di passi, non c'erano parole dette ad alta voce al cellulare. Non c'erano odori, solo il profumo del mare nelle giornate di primavera. Alla mia sinistra una porta era aperta, venni gettato dentro senza tanti riguardi poi il mio assalitore mi fu addosso.
Era lei, la ragazza che avevo seguito. E mi stava slacciando i pantaloni mentre la sua bocca cercava la mia e la sua lingua mi saettava in gola.
- Perché mi seguivi? -
La sua voce era roca, profonda. Sembrava entrarmi dentro, in posti che non avevo mai saputo di avere.
Era calda, bagnata quando me lo prese in mano e se lo mise dentro, cavalcandomi senza darmi la possibilità di muovermi. Poi venne, all'improvviso, tremando. E venni anch'io.
Si alzò. Immaginai per un momento il mio sperma che le colava lungo le coscie.
Mi gettò un cartoncino che aveva pescato nella borsetta. Lo presi con la mano destra e lo guardai. C'era un numero di cellulare.
- Chiamami quando vorrai rivedermi -
Non mi mossi mentre le sue gambe oltrepassavano la soglia e scomparivano nell'oscurità del vicolo.

lunedì 7 aprile 2008

I suoi capelli danzavano nel vento. Riflessi ramati sotto la luce del sole. Camminava veloce, incurante degli altri passanti. Più d'uno si era voltato, urtato oppure calpestato, poi innamorato di quella figura che velocemente sfuggiva allo sguardo ed alla parola.

L'avevo notata mentre veniva avanti da destra. Non soffermavo mai troppo lo sguardo su una ragazza, non era il mio modo di fare. Non mi avrebbe consentito di recitare per bene la mia parte di uomo misterioso ed incurante delle cose della vita. Quando mi capitava, facevo scivolare lo sguardo per il tempo sufficiente affinché l'oggetto dello stesso si accorgesse del mio interesse poi facevo finta di niente. Integravo la ragazza di turno nel paesaggio della mia mente ed aspettavo. A volte funzionava.

Non questa volta. Mio malgrado non riuscivo a staccare gli occhi da quella figura imperiosa che sembrava volteggiare sulle scarpe altrui. I miei occhi scivolavano sulle ombre che si formavano sul suo corpo. La vedevo a colori in un mondo in bianco e nero.

Stavo andando ad un appuntamento di lavoro. Non so perché ma facevo da anni il venditore anche se non mi piaceva. Forse l'abitudine si radicava così in profondità da impedirti di vedere i giorni e gli anni che passavano. Forse era l'unica vita che conoscevo ed ero troppo stupido per poterla cambiare. Forse, semplicemente, non me ne importava nulla. L'ufficio del mio cliente era un centinaio di metri più in là. Nella direzione sbagliata. Quella donna andava dall'altra parte.

Fu un attimo. Il tempo di posare gli occhi sulla punta delle mie scarpe che queste già si stavano girando.

Il mio sguardo posato sulla schiena della donna, che già lontana stava voltando a destra. Ero dall'altra parte della strada, lontano dalle striscie pedonali. Mi gettai in mezzo alla strada, rana che fa ciak in una strada affollata, sfiorai la fiancata di un autobus, gli occhi incollati ad un perizoma bianco su culo abbronzato, ed approdai sul marciapiedi opposto.

La ragazza era scomparsa. Il posto dove avrei dovuto andare mi sembrava improvvisamente così lontano. Irraggiungibile anche se avessi cambiato idea. Impossibile anche se avessi voluto riportare il treno su binari conosciuti.

Accellerai il passo ed arrivai all'incrocio, guardai in fondo alla strada e vidi il sasso che muoveva la superficie dell'acqua. Un paio di centinaia di metri più avanti quella donna continuava ad urtare spalle e calpestare piedi.

Il cellulare vibrò nella tasca dei miei pantaloni, lo tirai fuori e guardai il numero che compariva sullo schermo. Era il mio ufficio. Immaginai le domande e le risposte, dove sei, ti stanno aspettando, sei in ritardo. Poi lo gettai davanti a me, vibrante verme tecnologico mentre lo calpestavo con il piede destro. Era la vita stessa, la vita che avevo conosciuto fino ad allora, ciò che calpestavo. Ciò che distruggevo. Era una parte di me che lasciavo distrutta su quel marciapiede. Quel semplice atto, nulla sarebbe più stato come era. Io non sarei più stato lo stesso.

La donna stava nuovamente svoltando in una strada laterale. Cominciai a correre verso quel nuovo incrocio. La valigetta che tenevo in mano mi dava fastidio. La gettai in un cassonetto. La mia vita, i miei vestiti, i miei accessori, tutto mi sembrava inutile pesante orpello alla mia esistenza. All that you can't leave behind. Quanta importanza avevo dato a quelle cose. Quanta poca ne avevano in realtà. L'unica cosa che mi importava era là davanti, lunghe gambe che scivolavano nel tempo.





SOLO UN VOTO

Solo un voto, sempre solo un voto.
Un voto, solo uno. Uno fra tanti. Uno con tanti.
Un voto utile, un voto di necessità, un voto comprato, uno venduto, un voto rubato, un voto convinto, uno donato, uno sognato, un voto bagnato di lacrime amare, un voto con il sorriso, un voto doloroso, un voto a cuor leggero, un voto che pesa, uno che tanto non cambia nulla, il primo, il centesimo, un voto rassegnato, un voto di chi non si arrende, un voto estremista, un voto certo, un voto che io speriamo che me la cavo, un voto ad occhi chiusi, un voto dove capita, uno perché quegli altri mi fanno paura, uno contro i fascisti, uno contro i comunisti, un voto a favore, uno contro, un voto che importa, un voto che non me ne frega nulla, un voto di sole, uno di vento, uno di pioggia.