I suoi capelli danzavano nel vento. Riflessi ramati sotto la luce del sole. Camminava veloce, incurante degli altri passanti. Più d'uno si era voltato, urtato oppure calpestato, poi innamorato di quella figura che velocemente sfuggiva allo sguardo ed alla parola.
L'avevo notata mentre veniva avanti da destra. Non soffermavo mai troppo lo sguardo su una ragazza, non era il mio modo di fare. Non mi avrebbe consentito di recitare per bene la mia parte di uomo misterioso ed incurante delle cose della vita. Quando mi capitava, facevo scivolare lo sguardo per il tempo sufficiente affinché l'oggetto dello stesso si accorgesse del mio interesse poi facevo finta di niente. Integravo la ragazza di turno nel paesaggio della mia mente ed aspettavo. A volte funzionava.
Non questa volta. Mio malgrado non riuscivo a staccare gli occhi da quella figura imperiosa che sembrava volteggiare sulle scarpe altrui. I miei occhi scivolavano sulle ombre che si formavano sul suo corpo. La vedevo a colori in un mondo in bianco e nero.
Stavo andando ad un appuntamento di lavoro. Non so perché ma facevo da anni il venditore anche se non mi piaceva. Forse l'abitudine si radicava così in profondità da impedirti di vedere i giorni e gli anni che passavano. Forse era l'unica vita che conoscevo ed ero troppo stupido per poterla cambiare. Forse, semplicemente, non me ne importava nulla. L'ufficio del mio cliente era un centinaio di metri più in là. Nella direzione sbagliata. Quella donna andava dall'altra parte.
Fu un attimo. Il tempo di posare gli occhi sulla punta delle mie scarpe che queste già si stavano girando.
Il mio sguardo posato sulla schiena della donna, che già lontana stava voltando a destra. Ero dall'altra parte della strada, lontano dalle striscie pedonali. Mi gettai in mezzo alla strada, rana che fa ciak in una strada affollata, sfiorai la fiancata di un autobus, gli occhi incollati ad un perizoma bianco su culo abbronzato, ed approdai sul marciapiedi opposto.
La ragazza era scomparsa. Il posto dove avrei dovuto andare mi sembrava improvvisamente così lontano. Irraggiungibile anche se avessi cambiato idea. Impossibile anche se avessi voluto riportare il treno su binari conosciuti.
Accellerai il passo ed arrivai all'incrocio, guardai in fondo alla strada e vidi il sasso che muoveva la superficie dell'acqua. Un paio di centinaia di metri più avanti quella donna continuava ad urtare spalle e calpestare piedi.
Il cellulare vibrò nella tasca dei miei pantaloni, lo tirai fuori e guardai il numero che compariva sullo schermo. Era il mio ufficio. Immaginai le domande e le risposte, dove sei, ti stanno aspettando, sei in ritardo. Poi lo gettai davanti a me, vibrante verme tecnologico mentre lo calpestavo con il piede destro. Era la vita stessa, la vita che avevo conosciuto fino ad allora, ciò che calpestavo. Ciò che distruggevo. Era una parte di me che lasciavo distrutta su quel marciapiede. Quel semplice atto, nulla sarebbe più stato come era. Io non sarei più stato lo stesso.
La donna stava nuovamente svoltando in una strada laterale. Cominciai a correre verso quel nuovo incrocio. La valigetta che tenevo in mano mi dava fastidio. La gettai in un cassonetto. La mia vita, i miei vestiti, i miei accessori, tutto mi sembrava inutile pesante orpello alla mia esistenza. All that you can't leave behind. Quanta importanza avevo dato a quelle cose. Quanta poca ne avevano in realtà. L'unica cosa che mi importava era là davanti, lunghe gambe che scivolavano nel tempo.
Nessun commento:
Posta un commento