Questa volta l'ho fatta grossa.
Mi sono appisolato mentre leggevo I ragazzi di Berlinguer di Pietro Folena ed ho saltato la mia stazione.
Non mi ero mai avventurato così lontano sulla linea 4.
Dal finestrino mi guardano paesaggi mai visti, campi incolti di colore marrone sporco intervallati a distese di sabbia gialla, una fila di basse montagne che incornicia un orizzonte grigio scuro come se volesse piovere ma non ci sono tuoni, non ci sono lampi, non c'è attività, tutto è immobile al di fuori del treno che scorre veloce sui propri binari.
Ho visto delle facce mentre il treno rallentava ad una stazione alla quale nessuno è sceso e nessuno è salito, ho visto queste facce e loro hanno visto me, ne sono sicuro, ma è più come se si fossero specchiate nel finestrino.
Non hanno mosso ciglio nemmeno quando li ho salutati con il dito medio alzato.
Il cellulare si è spento e non riesco più ad accenderlo, l'orologio che porto al polso si è fermato mentre dormivo, strano perché lo avevo caricato questa mattina giusto prima di uscire di casa, lo faccio sempre, è un abitudine, come lavarsi i denti, come farsi la doccia.
Il cellulare era l'unico modo di poter sapere che ora è.
Non so più se è mattino, erano le otto quando ho preso il tram...e a proposito, da quando un semplice tram viaggia alla velocità di uno Shinkansen giapponese?
Cazzo, questo è veramente strano, i pali del telegrafo, telegrafo?
Perché ho detto telegrafo? Forse suona meglio?
Comunque i pali, di quello che siano, scorrono veloci, lo sfondo no, quello è fisso, quel picco montagnoso è nella stessa posizione da quando mi sono risvegliato.
Sembra che a cambiare siano solo i campi, come se un montatore facesse scorrere su uno sfondo fisso ciò che i miei occhi possono afferrare in primo piano.
Dunque, calcolare l'ora osservando con cura la posizione del sole.
Già peccato che il sole non ci sia, solo grigio, scuro ed uniforme.
Prima mi erano sembrate nuvole di tempesta, ma le nuvole hanno sfumature, le nuvole hanno profondità, cambiano di peso, di consistenza, si spostano con il vento.
Quel grigio è unito, non cambia.
E' come le montagne, anzi è lo sfondo al quale si appoggiano le montagne.
Mi alzo, devo andare in bagno. Appena trovo qualcuno gli chiederò se sa dove siamo, ci sarà pure qualche viaggiatore che sale sulla linea 4 ed arriva fino al capolinea, basta trovare la persona giusta e tutto avrà una spiegazione.
Cazzo, mi sono dimenticato, sono su un tram che viaggia come uno Shinkansen ma che non è uno Shinkansen, ergo i bagni non esistono e non esistono neanche altri passeggeri.
lascio che i miei occhi ispezionino tutti i vagoni anche nei più reconditi anfratti degli snodi in gomma che separano le tre carrozze.
Non c'è nessuno, non c'è nemmeno il conducente là in fondo.
Forse se mi sposto in testa vedrò un pò meglio cosa c'è più avanti, una stazione, il mare, una folla festante, un pesce d'aprile.
Cammino appoggiandomi ai sedili, il tram sbatacchia parecchio e cigola in differenti punti, forse la velocità è troppo alta e la struttura non regge.
Arrivo in testa e vedo lo stesso picco montagnoso che vedevo dal mio finestrino, lo stesso grigio uniforme, guardo a sinistra e l'immagine non cambia.
Non è possibile, guardo verso la coda e quel picco anche là.
Chiudo gli occhi, quando li riaprirò mi accorgerò di essere sotto l'ufficio, il gelato a mezzanotte fa strani scherzi a volte.
Sento uno strano bruciore sotto le palpebre e mi accorgo che le lacrime mi stanno scorrendo copiose lungo le guancie.
Sto piangendo e non riesco a fermarmi.
Quel picco montagnoso mi guarda, a destra, a sinistra, dietro e davanti.
Sono sveglio e non riesco a svegliarmi perché non posso essere sveglio e vedere ciò che vedo.
Torno al mio posto, raccolgo il libro, deve essere caduto mentre passeggiavo lungo il tram, si apre e le pagine sono bianche, tutte dalla prima all'ultima, me lo rigiro tra le mani, in copertina c'è la mia faccia sorridente, il mio nome è il titolo, il mio nome è anche l'autore.
Finalmente capisco e smetto di piangere.
Vuota è la mia vita, vuoto è il libro della mia vita, solo pagine bianche in attesa di essere scritte.
E come d'incanto qualcosa compare, nero su fondo bianco.
Il tram rallenta, il picco montagnoso è dietro ma non è più destra, non è più a sinistra, non è più davanti.
La stazione alla quale scendo è deserta ma vedo sull'altro binario un altro tram che mi aspetta per riportarmi indietro e sento tra le mie mani che l'inchiostro scorre sulle pagine bianche.
Birdie Parker
venerdì 27 aprile 2007
mercoledì 18 aprile 2007
LA NEVE CADE FITTA
La neve cade fitta.
La neve cade fitta a coprire le rovine di Telelandia.
L'immondizia ai lati delle strade è come per incanto cancellata, i poveri che chiedono l'elemosina sembrano più belli, quasi figure romantiche d'altri tempi, le puttane nere, con i loro falò, più rassicuranti.
Quei fiocchi bianchi, di una neve bagnata e pesante, di quella neve che scompare solo a primavera, sono il toccasana, la panacea, sono il tappeto che manca in salotto, sotto il quale scopare la polvere.
L'uomo guarda in sù, la neve che cade lo fa sentire nuovamente bambino, salta spalancando le braccia, i palmi rivolti all'insù.
Salta rischiando di scivolare e farsi male sul marciapiede bagnato.
Ad ogni modo salta.
Un gruppo di giovani pesta la neve caduta con passi pesanti.
In testa al gruppo una ragazza incita i compagni con un megafono.
L'immagine è calda in questo freddo giorno. Le loro sciarpe, i loro cappelli, i loro giubbotti portano i colori del sole e della terra.
I loro striscioni hanno grosse parole nere su fondo bianco che così tanto bianco non sembra se lo si confronta con la neve che cade, anzi forse è un pò giallo.
Dietro ai giovani altri giovani, non si riesce a distinguerli, hanno passamontagna neri su giubbotti neri e dietro di loro la neve si scioglie ai fuochi delle auto incendiate.
La neve si scioglie e le rovine di Telelandia si fanno vedere.
L'uomo guarda il gruppo di giovani e scuote la testa.
Li ha visti tante volte in televisione e non capisce cosa li tormenta.
E non capisce cosa hanno contro questo mondo, contro questa società.
Mormora qualcosa, parla con un filo di voce, li apostrofa senza che lo sentano.
Andé a lavuré barbun...
Cerca di decifrare ciò che è scritto su uno degli striscioni, si toglie gli occhiali e li pulisce con un dito.
Gli sembra di guardare attraverso un sottile velo d'acqua, i caratteri sono sfocati però non tarda a interpretare il senso del messaggio.
...Meno pagine vuote più stomaci pieni...
Si sente colpito nel profondo.
Ma come, proprio l'altra sera sua figlia, quella più giovane e carina ha esordito come Paginetta nel nuovo programma di Canale Sei Come Vuoi e questi se la prendono con lei?
Cosa ha fatto di male quella povera ragazza?
Tutti gli hanno telefonato, gli hanno fatto i complimenti.
Il suo vicino di casa gli ha addirittura detto che era rimasto piacevolmente colpito da come la ragazza si era depilata la fica e che non pensava che avesse il culo così sodo.
Insomma, come non essere orgogliosi di una figlia del genere.
Forse, addirittura, da quanto dicono i giornali questa mattina, già fidanzata con Bobo Ieri, il famoso giocatore di petanca, multimilionario e con case in tutti i posti che contano, da Baghdad a Pyongiang.
E questi bastardi, sicuramente figli di altri bastardi, la chiamano pagina vuota.
L'uomo sente la rabbia montargli dentro, vorrebbe poter dire qualcosa, ma ha paura, sono tanti e quelli vestiti in nero che incendiano le auto parcheggiate sembrano proprio così cattivi.
Tanto vale fotografarli con il cellulare così che li possano identificare e sbattere in galera oppure ai lavori forzati.
Ecco quella ragazza con gli occhiali sembra un bel soggetto.
Peccato che quelli in nero abbiano il passamontagna.
E quel ragazzo con i capelli lunghi...barbun, eccoti la foto, sorridi testa di cazzo.
Domani vi divertirete, bastardi.
Così imparate ad insultare mia figlia.
Se solo sapeste come è dura arrivare a fare la Paginetta in televisione.
Se solo sapeste come è dura rappresentare l'immagine del paese.
Quanti colloqui ha dovuto affrontare sua figlia, sempre nuda anche d'inverno, perché tutti potessero valutare quello che poi sarebbe andato in onda, con quanti politici, produttori, registi, truccatori, inservienti, portinai, autisti, tassisti, panettieri, camerieri è dovuta andare a letto per arrivare dove è arrivata.
Bastardi, teste di cazzo.
A protestare in questa bella giornata di neve invece di provare a diventare dei campioni di petanca.
L'uomo gira la testa dall'altra parte mentre il piccolo corteo gli scorre lento davanti. Non vuole guardarli, gli hanno già guastato ciò che resta della giornata.
Forse neppure Palazzo Chigi, il nuovo reality lanciato da Canale Sei Come Vuoi riuscirà a tirarlo su.
E pensare che era pronto al televoto.
Tanto lì tutti vengono nominati e nessuno lascia mai la casa, è un bel gioco.
La neve cade fitta a coprire le rovine di Telelandia.
Birdie Parker
La neve cade fitta a coprire le rovine di Telelandia.
L'immondizia ai lati delle strade è come per incanto cancellata, i poveri che chiedono l'elemosina sembrano più belli, quasi figure romantiche d'altri tempi, le puttane nere, con i loro falò, più rassicuranti.
Quei fiocchi bianchi, di una neve bagnata e pesante, di quella neve che scompare solo a primavera, sono il toccasana, la panacea, sono il tappeto che manca in salotto, sotto il quale scopare la polvere.
L'uomo guarda in sù, la neve che cade lo fa sentire nuovamente bambino, salta spalancando le braccia, i palmi rivolti all'insù.
Salta rischiando di scivolare e farsi male sul marciapiede bagnato.
Ad ogni modo salta.
Un gruppo di giovani pesta la neve caduta con passi pesanti.
In testa al gruppo una ragazza incita i compagni con un megafono.
L'immagine è calda in questo freddo giorno. Le loro sciarpe, i loro cappelli, i loro giubbotti portano i colori del sole e della terra.
I loro striscioni hanno grosse parole nere su fondo bianco che così tanto bianco non sembra se lo si confronta con la neve che cade, anzi forse è un pò giallo.
Dietro ai giovani altri giovani, non si riesce a distinguerli, hanno passamontagna neri su giubbotti neri e dietro di loro la neve si scioglie ai fuochi delle auto incendiate.
La neve si scioglie e le rovine di Telelandia si fanno vedere.
L'uomo guarda il gruppo di giovani e scuote la testa.
Li ha visti tante volte in televisione e non capisce cosa li tormenta.
E non capisce cosa hanno contro questo mondo, contro questa società.
Mormora qualcosa, parla con un filo di voce, li apostrofa senza che lo sentano.
Andé a lavuré barbun...
Cerca di decifrare ciò che è scritto su uno degli striscioni, si toglie gli occhiali e li pulisce con un dito.
Gli sembra di guardare attraverso un sottile velo d'acqua, i caratteri sono sfocati però non tarda a interpretare il senso del messaggio.
...Meno pagine vuote più stomaci pieni...
Si sente colpito nel profondo.
Ma come, proprio l'altra sera sua figlia, quella più giovane e carina ha esordito come Paginetta nel nuovo programma di Canale Sei Come Vuoi e questi se la prendono con lei?
Cosa ha fatto di male quella povera ragazza?
Tutti gli hanno telefonato, gli hanno fatto i complimenti.
Il suo vicino di casa gli ha addirittura detto che era rimasto piacevolmente colpito da come la ragazza si era depilata la fica e che non pensava che avesse il culo così sodo.
Insomma, come non essere orgogliosi di una figlia del genere.
Forse, addirittura, da quanto dicono i giornali questa mattina, già fidanzata con Bobo Ieri, il famoso giocatore di petanca, multimilionario e con case in tutti i posti che contano, da Baghdad a Pyongiang.
E questi bastardi, sicuramente figli di altri bastardi, la chiamano pagina vuota.
L'uomo sente la rabbia montargli dentro, vorrebbe poter dire qualcosa, ma ha paura, sono tanti e quelli vestiti in nero che incendiano le auto parcheggiate sembrano proprio così cattivi.
Tanto vale fotografarli con il cellulare così che li possano identificare e sbattere in galera oppure ai lavori forzati.
Ecco quella ragazza con gli occhiali sembra un bel soggetto.
Peccato che quelli in nero abbiano il passamontagna.
E quel ragazzo con i capelli lunghi...barbun, eccoti la foto, sorridi testa di cazzo.
Domani vi divertirete, bastardi.
Così imparate ad insultare mia figlia.
Se solo sapeste come è dura arrivare a fare la Paginetta in televisione.
Se solo sapeste come è dura rappresentare l'immagine del paese.
Quanti colloqui ha dovuto affrontare sua figlia, sempre nuda anche d'inverno, perché tutti potessero valutare quello che poi sarebbe andato in onda, con quanti politici, produttori, registi, truccatori, inservienti, portinai, autisti, tassisti, panettieri, camerieri è dovuta andare a letto per arrivare dove è arrivata.
Bastardi, teste di cazzo.
A protestare in questa bella giornata di neve invece di provare a diventare dei campioni di petanca.
L'uomo gira la testa dall'altra parte mentre il piccolo corteo gli scorre lento davanti. Non vuole guardarli, gli hanno già guastato ciò che resta della giornata.
Forse neppure Palazzo Chigi, il nuovo reality lanciato da Canale Sei Come Vuoi riuscirà a tirarlo su.
E pensare che era pronto al televoto.
Tanto lì tutti vengono nominati e nessuno lascia mai la casa, è un bel gioco.
La neve cade fitta a coprire le rovine di Telelandia.
Birdie Parker
MI SONO ADDORMENTATO
Mi sono addormentato, tanti anni fa, e sinceramente non serbo ricordo di quanto a lungo abbia dormito.
Il viaggio sì, quello lo ricordo molto bene.
Eravamo stipati in piccoli, bui vagoni ferroviari, in piedi, non per nostro moto di ribellione, non per nostra sovrumana forza, non per nostra volontà, chi ancora ne aveva un pò l'avrebbe persa di lì a poco, eravamo in piedi per la semplice ragione che era impossibile sedersi, coricarsi, anche solo inginocchiarsi.
Le sardine vengono allineate nella scatola, noi avremmo avuto lo stesso aspetto se il vagone si fosse rovesciato su un fianco, con l'unica differenza che le sardine sono morte e pulite, noi eravamo vivi e sporchi.
In quel vagone ci rimasi quattro giorni e quattro notti, mi pare, ho perso un pò il conto, alla fine.
Attraverso una piccola fessura tra le assi della parete del vagone, alla quale ero appoggiato, potevo vedere l'alternarsi della luce e del buio e questo manteneva un pò in movimento la mia mente e mi impediva di sentire la puzza che mi circondava.
Quando uno dei sensi non lavora gli altri si acuiscono in modo sensibile, se i miei occhi non avessero visto altro che il buio assoluto il mio naso avrebbe preso il comando, avrebbe indagato l'aria e penso che sarei impazzito.
Come tutti mi ero cagato e pisciato addosso fino a che la mancanza di cibo e acqua non aveva mandato in letargo le mie funzioni corporali. Al principio avevo provato imbarazzo nel farlo, avevo cercato di trattenermi, infine, conscio che quel vagone non si sarebbe fermato, mi ero lasciato andare.
I miei escrementi mi si erano asciugati addosso, i vecchi pantaloni di grosso cotone di colore grigio che mi avevano obbligato ad indossare senza biancheria mi davano la sensazione di essere come un foglio di carta vetrata che lentamente mi raschiava la pelle del culo e dei genitali.
Il silenzio che mi circondava era più scuro della notte, anche gli indomabili ottimisti avevano taciuto alla fine, anche quelli che credevano che quei porci bastardi che ci avevano chiuso in questi luridi vagoni l'avessero fatto per portarci in qualche ameno luogo di villeggiatura, anche quelli che avevano continuato a tranquillizzare i loro sconosciuti improvvisati vicini, anche quelli che avevano pianto ed urlato sin dal primo momento.
Io, ed io a quale schieramento appartenevo?
Avevo paura, chi non ne aveva altro non era che uno stupido od un folle.
Non si poteva non avere paura, spinti da soldati armati tutti vestiti nello stesso modo in viaggio verso una destinazione sconosciuta.
Però in qualche modo sapevo che avrei potuto controllare la mia paura, anche mi avessero ucciso, anche mi avessero picchiato, anche mi avessero urlato in faccia sporco ebreo, nulla sarebbe stato peggio che sentire la mia merda che mi scivolava lungo le gambe, una volta, due volte, tre, e non per un incidente, una improvvisa diarrea ma solo perché non c'era altro modo di farla.
Non avrebbero picchiato, insultato, ucciso un uomo bensì solo un vuoto involucro.
La punizione che ci veniva inflitta era cento volte peggio della morte, era qualcosa che anche sopravvivendo non ci avrebbe mai abbandonato.
Ricordo il viaggio.
Ricordo anche quando arrivammo.
Ricordo la luce che ci accecò, ricordo le mosche che si gettarono in nugoli fitti verso la nostra massa puzzolente, ricordo i pantaloni macchiati di marrone e giallo e ricordo le facce, bianche, diafane, quasi azzurre venate di giallo e gli occhi spenti in fondo a buche scure scavate nei volti.
E ricordo che urlai, ricordo che dissi la verità per la prima ed ultima volta nella mia miserabile vita, dissi che non ero ebreo, continuai ad urlarlo, con i polmoni in fiamme e la gola che disperatamente chiedeva acqua.
Nessuno mi ascoltò, mi lasciarono urlare finché non smisi da solo poi mi spostarono nel gruppo sulla destra.
Quando vidi le docce immaginai il tocco dell'acqua sulla pelle sporca, la sentì scorrermi nel corpo attraverso la bocca aperta.
Poi mi addormentai.
Ho condiviso la sorte di quella povera gente, io, io solo meritevole di tale fine.
Io che mi ero nascosto nel ghetto ebraico solo per sfuggire al linciaggio della gente, io che mi ero finto ebreo per non essere riconosciuto.
Io povero miserabile rifiuto del mondo, io che quella piccola bambina in qualche modo l'amavo, di un amore proibito.
Io che quella bambina, per uno sbaglio, per un piccolo incidente, non volevo, non l'ho fatto apposta.
Io che quella bambina ha smesso di respirare.
Io che insegnavo e le avevo chiesto di rimanere dopo la lezione e le avevo sollevato la gonna per guardarle meglio quelle graziose gambe lisce.
Io che l'avevo toccata e quando aveva cominciato a piangere le avevo messo una mano sulla bocca.
Non l'ho fatto di proposito.
Io che corsi fuori dalla scuola, non per cercare aiuto.
Io che corsi fuori dalla scuola per dare un rifugio sicuro alla mia vergogna, alla mia colpa.
Io che accolsi la morte perché altra via d'uscita per uno come me non v'era.
Io che non ricordo quanto ho dormito ma che oggi viaggio ancora, ancora una volta verso una destinazione sconosciuta.
L'inferno che qualcuno mi ha riservato non è un posto speciale, con le fiamme ed i demoni che mi straziano le carni, il mio inferno è il viaggio, il mio inferno sono quegli escrementi che non posso togliermi di dosso.
Io sono io ma il mio corpo è diverso, vedo il mondo da una prospettiva diversa.
Ho scorto qualcosa del nuovo me in una pozza d'acqua, un giorno, ma non ho capito bene cosa fosse.
Oggi viaggio con tanti come quel nuovo me.
Musi rosa e code ritte a cavatappi, corpi grassi e nudi, strani suoni.
In piedi sulle quattro zampe, senza spazio per distendersi.
Unico io tra tutti, io so che il viaggio è lo stesso.
Io so che la fine del viaggio sarà la stessa.
Birdie Parker
Il viaggio sì, quello lo ricordo molto bene.
Eravamo stipati in piccoli, bui vagoni ferroviari, in piedi, non per nostro moto di ribellione, non per nostra sovrumana forza, non per nostra volontà, chi ancora ne aveva un pò l'avrebbe persa di lì a poco, eravamo in piedi per la semplice ragione che era impossibile sedersi, coricarsi, anche solo inginocchiarsi.
Le sardine vengono allineate nella scatola, noi avremmo avuto lo stesso aspetto se il vagone si fosse rovesciato su un fianco, con l'unica differenza che le sardine sono morte e pulite, noi eravamo vivi e sporchi.
In quel vagone ci rimasi quattro giorni e quattro notti, mi pare, ho perso un pò il conto, alla fine.
Attraverso una piccola fessura tra le assi della parete del vagone, alla quale ero appoggiato, potevo vedere l'alternarsi della luce e del buio e questo manteneva un pò in movimento la mia mente e mi impediva di sentire la puzza che mi circondava.
Quando uno dei sensi non lavora gli altri si acuiscono in modo sensibile, se i miei occhi non avessero visto altro che il buio assoluto il mio naso avrebbe preso il comando, avrebbe indagato l'aria e penso che sarei impazzito.
Come tutti mi ero cagato e pisciato addosso fino a che la mancanza di cibo e acqua non aveva mandato in letargo le mie funzioni corporali. Al principio avevo provato imbarazzo nel farlo, avevo cercato di trattenermi, infine, conscio che quel vagone non si sarebbe fermato, mi ero lasciato andare.
I miei escrementi mi si erano asciugati addosso, i vecchi pantaloni di grosso cotone di colore grigio che mi avevano obbligato ad indossare senza biancheria mi davano la sensazione di essere come un foglio di carta vetrata che lentamente mi raschiava la pelle del culo e dei genitali.
Il silenzio che mi circondava era più scuro della notte, anche gli indomabili ottimisti avevano taciuto alla fine, anche quelli che credevano che quei porci bastardi che ci avevano chiuso in questi luridi vagoni l'avessero fatto per portarci in qualche ameno luogo di villeggiatura, anche quelli che avevano continuato a tranquillizzare i loro sconosciuti improvvisati vicini, anche quelli che avevano pianto ed urlato sin dal primo momento.
Io, ed io a quale schieramento appartenevo?
Avevo paura, chi non ne aveva altro non era che uno stupido od un folle.
Non si poteva non avere paura, spinti da soldati armati tutti vestiti nello stesso modo in viaggio verso una destinazione sconosciuta.
Però in qualche modo sapevo che avrei potuto controllare la mia paura, anche mi avessero ucciso, anche mi avessero picchiato, anche mi avessero urlato in faccia sporco ebreo, nulla sarebbe stato peggio che sentire la mia merda che mi scivolava lungo le gambe, una volta, due volte, tre, e non per un incidente, una improvvisa diarrea ma solo perché non c'era altro modo di farla.
Non avrebbero picchiato, insultato, ucciso un uomo bensì solo un vuoto involucro.
La punizione che ci veniva inflitta era cento volte peggio della morte, era qualcosa che anche sopravvivendo non ci avrebbe mai abbandonato.
Ricordo il viaggio.
Ricordo anche quando arrivammo.
Ricordo la luce che ci accecò, ricordo le mosche che si gettarono in nugoli fitti verso la nostra massa puzzolente, ricordo i pantaloni macchiati di marrone e giallo e ricordo le facce, bianche, diafane, quasi azzurre venate di giallo e gli occhi spenti in fondo a buche scure scavate nei volti.
E ricordo che urlai, ricordo che dissi la verità per la prima ed ultima volta nella mia miserabile vita, dissi che non ero ebreo, continuai ad urlarlo, con i polmoni in fiamme e la gola che disperatamente chiedeva acqua.
Nessuno mi ascoltò, mi lasciarono urlare finché non smisi da solo poi mi spostarono nel gruppo sulla destra.
Quando vidi le docce immaginai il tocco dell'acqua sulla pelle sporca, la sentì scorrermi nel corpo attraverso la bocca aperta.
Poi mi addormentai.
Ho condiviso la sorte di quella povera gente, io, io solo meritevole di tale fine.
Io che mi ero nascosto nel ghetto ebraico solo per sfuggire al linciaggio della gente, io che mi ero finto ebreo per non essere riconosciuto.
Io povero miserabile rifiuto del mondo, io che quella piccola bambina in qualche modo l'amavo, di un amore proibito.
Io che quella bambina, per uno sbaglio, per un piccolo incidente, non volevo, non l'ho fatto apposta.
Io che quella bambina ha smesso di respirare.
Io che insegnavo e le avevo chiesto di rimanere dopo la lezione e le avevo sollevato la gonna per guardarle meglio quelle graziose gambe lisce.
Io che l'avevo toccata e quando aveva cominciato a piangere le avevo messo una mano sulla bocca.
Non l'ho fatto di proposito.
Io che corsi fuori dalla scuola, non per cercare aiuto.
Io che corsi fuori dalla scuola per dare un rifugio sicuro alla mia vergogna, alla mia colpa.
Io che accolsi la morte perché altra via d'uscita per uno come me non v'era.
Io che non ricordo quanto ho dormito ma che oggi viaggio ancora, ancora una volta verso una destinazione sconosciuta.
L'inferno che qualcuno mi ha riservato non è un posto speciale, con le fiamme ed i demoni che mi straziano le carni, il mio inferno è il viaggio, il mio inferno sono quegli escrementi che non posso togliermi di dosso.
Io sono io ma il mio corpo è diverso, vedo il mondo da una prospettiva diversa.
Ho scorto qualcosa del nuovo me in una pozza d'acqua, un giorno, ma non ho capito bene cosa fosse.
Oggi viaggio con tanti come quel nuovo me.
Musi rosa e code ritte a cavatappi, corpi grassi e nudi, strani suoni.
In piedi sulle quattro zampe, senza spazio per distendersi.
Unico io tra tutti, io so che il viaggio è lo stesso.
Io so che la fine del viaggio sarà la stessa.
Birdie Parker
LO SPECCHIO
Lo specchio è impietoso, lo specchio non perdona, lo specchio ti mostra per come ti senti, grasso, senza capelli, pallido, lo specchio prende le fobie della tua mente e le moltiplica.
E' fonte di gioia quando sei contento, è la tristezza che vuoi evitare quando ti senti una merda.
Che cosa riflette quella superficie di vetro sulla quale il nostro paese cerca di guardarsi?
Quella scritta che si vede, un pò sfocata, un pò scolorita in un rosso spento che non è più quello originario, quella TELECOM in primo piano, è il nostro riflesso oppure qualcuno con un giochetto da prestigiatore sta nascondendo ciò che siamo in realtà mostrando solo le nostre brutture?
C'era una volta una classe imprenditoriale che riusciva a coniugare la spinta alla propria ricchezza, al proprio benessere personale, con la redistribuzione del reddito, con la crescita del cosiddetto sistema paese.
Quella classe si arricchiva ed era accettata poiché rischiava in prima persona, poiché metteva i propri capitali in un'idea e cercava di farli fruttare, quella classe poteva arrivare in ufficio a bordo di una Ferrari nuova fiammante e salutare ed essere salutata con rispetto dall'ultimo degli operai che si era magari appena comprato una Panda ed un piccolo appartamento.
L'imprenditore era imprenditore, il manager manager, l'impiegato impiegato, l'operaio operaio, ciascuno conosceva il proprio ruolo ed accettave le regole del gioco, ciascuno guadagnava in base a ciò che di proprio rischiava.
Quella classe imprenditoriale è estinta, come i mammuth, come il brontosauro.
Chi sono coloro che oggi si fregiano del titolo di imprenditori, chi sono i primi della classe che si mettono davanti allo specchio, abbronzati e ben pettinati, con il nodo della cravatta stretto alla perfezione e la giacca sartoriale di alta qualità?
Marco Tronchetti Provera, può definirsi imprenditore?
Sì, senza dubbio nell'accezione moderna del termine, si è arricchito a dismisura con Pirelli e Telecom e non ha badato al destino delle aziende, se ne è distintamente, poiché è un signore distinto, fregato.
Tronchetti Provera è la sintesi, vorrei usare un termine che in era internet è un pò in disuso, è il Bignami della moderna imprenditoria italiana, è il modello per i cosiddetti furbi del quartierino, è colui che ce l'ha fatta.
L'imprenditore che si arricchisce ma che non bada alla redistribuzione del reddito, se non ai propri accoliti, sodali di un sistema che ha riportato i valori umani a vassalli, valvassori e servi della gleba.
L'imprenditore che non rischia, che nulla fa crescere, che fugge a bordo della propria barca lasciando in porto montagne di debiti e che punta la prua verso una nuova destinazione, verso un nuovo tesoro da arraffare.
Lo specchio questo ci mostra, poiché lui e quelli come lui sono in prima fila e noi e quelli come noi siamo dietro a sgomitare...
Alla prossima
Birdie Parker
E' fonte di gioia quando sei contento, è la tristezza che vuoi evitare quando ti senti una merda.
Che cosa riflette quella superficie di vetro sulla quale il nostro paese cerca di guardarsi?
Quella scritta che si vede, un pò sfocata, un pò scolorita in un rosso spento che non è più quello originario, quella TELECOM in primo piano, è il nostro riflesso oppure qualcuno con un giochetto da prestigiatore sta nascondendo ciò che siamo in realtà mostrando solo le nostre brutture?
C'era una volta una classe imprenditoriale che riusciva a coniugare la spinta alla propria ricchezza, al proprio benessere personale, con la redistribuzione del reddito, con la crescita del cosiddetto sistema paese.
Quella classe si arricchiva ed era accettata poiché rischiava in prima persona, poiché metteva i propri capitali in un'idea e cercava di farli fruttare, quella classe poteva arrivare in ufficio a bordo di una Ferrari nuova fiammante e salutare ed essere salutata con rispetto dall'ultimo degli operai che si era magari appena comprato una Panda ed un piccolo appartamento.
L'imprenditore era imprenditore, il manager manager, l'impiegato impiegato, l'operaio operaio, ciascuno conosceva il proprio ruolo ed accettave le regole del gioco, ciascuno guadagnava in base a ciò che di proprio rischiava.
Quella classe imprenditoriale è estinta, come i mammuth, come il brontosauro.
Chi sono coloro che oggi si fregiano del titolo di imprenditori, chi sono i primi della classe che si mettono davanti allo specchio, abbronzati e ben pettinati, con il nodo della cravatta stretto alla perfezione e la giacca sartoriale di alta qualità?
Marco Tronchetti Provera, può definirsi imprenditore?
Sì, senza dubbio nell'accezione moderna del termine, si è arricchito a dismisura con Pirelli e Telecom e non ha badato al destino delle aziende, se ne è distintamente, poiché è un signore distinto, fregato.
Tronchetti Provera è la sintesi, vorrei usare un termine che in era internet è un pò in disuso, è il Bignami della moderna imprenditoria italiana, è il modello per i cosiddetti furbi del quartierino, è colui che ce l'ha fatta.
L'imprenditore che si arricchisce ma che non bada alla redistribuzione del reddito, se non ai propri accoliti, sodali di un sistema che ha riportato i valori umani a vassalli, valvassori e servi della gleba.
L'imprenditore che non rischia, che nulla fa crescere, che fugge a bordo della propria barca lasciando in porto montagne di debiti e che punta la prua verso una nuova destinazione, verso un nuovo tesoro da arraffare.
Lo specchio questo ci mostra, poiché lui e quelli come lui sono in prima fila e noi e quelli come noi siamo dietro a sgomitare...
Alla prossima
Birdie Parker
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