Questa volta l'ho fatta grossa.
Mi sono appisolato mentre leggevo I ragazzi di Berlinguer di Pietro Folena ed ho saltato la mia stazione.
Non mi ero mai avventurato così lontano sulla linea 4.
Dal finestrino mi guardano paesaggi mai visti, campi incolti di colore marrone sporco intervallati a distese di sabbia gialla, una fila di basse montagne che incornicia un orizzonte grigio scuro come se volesse piovere ma non ci sono tuoni, non ci sono lampi, non c'è attività, tutto è immobile al di fuori del treno che scorre veloce sui propri binari.
Ho visto delle facce mentre il treno rallentava ad una stazione alla quale nessuno è sceso e nessuno è salito, ho visto queste facce e loro hanno visto me, ne sono sicuro, ma è più come se si fossero specchiate nel finestrino.
Non hanno mosso ciglio nemmeno quando li ho salutati con il dito medio alzato.
Il cellulare si è spento e non riesco più ad accenderlo, l'orologio che porto al polso si è fermato mentre dormivo, strano perché lo avevo caricato questa mattina giusto prima di uscire di casa, lo faccio sempre, è un abitudine, come lavarsi i denti, come farsi la doccia.
Il cellulare era l'unico modo di poter sapere che ora è.
Non so più se è mattino, erano le otto quando ho preso il tram...e a proposito, da quando un semplice tram viaggia alla velocità di uno Shinkansen giapponese?
Cazzo, questo è veramente strano, i pali del telegrafo, telegrafo?
Perché ho detto telegrafo? Forse suona meglio?
Comunque i pali, di quello che siano, scorrono veloci, lo sfondo no, quello è fisso, quel picco montagnoso è nella stessa posizione da quando mi sono risvegliato.
Sembra che a cambiare siano solo i campi, come se un montatore facesse scorrere su uno sfondo fisso ciò che i miei occhi possono afferrare in primo piano.
Dunque, calcolare l'ora osservando con cura la posizione del sole.
Già peccato che il sole non ci sia, solo grigio, scuro ed uniforme.
Prima mi erano sembrate nuvole di tempesta, ma le nuvole hanno sfumature, le nuvole hanno profondità, cambiano di peso, di consistenza, si spostano con il vento.
Quel grigio è unito, non cambia.
E' come le montagne, anzi è lo sfondo al quale si appoggiano le montagne.
Mi alzo, devo andare in bagno. Appena trovo qualcuno gli chiederò se sa dove siamo, ci sarà pure qualche viaggiatore che sale sulla linea 4 ed arriva fino al capolinea, basta trovare la persona giusta e tutto avrà una spiegazione.
Cazzo, mi sono dimenticato, sono su un tram che viaggia come uno Shinkansen ma che non è uno Shinkansen, ergo i bagni non esistono e non esistono neanche altri passeggeri.
lascio che i miei occhi ispezionino tutti i vagoni anche nei più reconditi anfratti degli snodi in gomma che separano le tre carrozze.
Non c'è nessuno, non c'è nemmeno il conducente là in fondo.
Forse se mi sposto in testa vedrò un pò meglio cosa c'è più avanti, una stazione, il mare, una folla festante, un pesce d'aprile.
Cammino appoggiandomi ai sedili, il tram sbatacchia parecchio e cigola in differenti punti, forse la velocità è troppo alta e la struttura non regge.
Arrivo in testa e vedo lo stesso picco montagnoso che vedevo dal mio finestrino, lo stesso grigio uniforme, guardo a sinistra e l'immagine non cambia.
Non è possibile, guardo verso la coda e quel picco anche là.
Chiudo gli occhi, quando li riaprirò mi accorgerò di essere sotto l'ufficio, il gelato a mezzanotte fa strani scherzi a volte.
Sento uno strano bruciore sotto le palpebre e mi accorgo che le lacrime mi stanno scorrendo copiose lungo le guancie.
Sto piangendo e non riesco a fermarmi.
Quel picco montagnoso mi guarda, a destra, a sinistra, dietro e davanti.
Sono sveglio e non riesco a svegliarmi perché non posso essere sveglio e vedere ciò che vedo.
Torno al mio posto, raccolgo il libro, deve essere caduto mentre passeggiavo lungo il tram, si apre e le pagine sono bianche, tutte dalla prima all'ultima, me lo rigiro tra le mani, in copertina c'è la mia faccia sorridente, il mio nome è il titolo, il mio nome è anche l'autore.
Finalmente capisco e smetto di piangere.
Vuota è la mia vita, vuoto è il libro della mia vita, solo pagine bianche in attesa di essere scritte.
E come d'incanto qualcosa compare, nero su fondo bianco.
Il tram rallenta, il picco montagnoso è dietro ma non è più destra, non è più a sinistra, non è più davanti.
La stazione alla quale scendo è deserta ma vedo sull'altro binario un altro tram che mi aspetta per riportarmi indietro e sento tra le mie mani che l'inchiostro scorre sulle pagine bianche.
Birdie Parker
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