Mi sono addormentato, tanti anni fa, e sinceramente non serbo ricordo di quanto a lungo abbia dormito.
Il viaggio sì, quello lo ricordo molto bene.
Eravamo stipati in piccoli, bui vagoni ferroviari, in piedi, non per nostro moto di ribellione, non per nostra sovrumana forza, non per nostra volontà, chi ancora ne aveva un pò l'avrebbe persa di lì a poco, eravamo in piedi per la semplice ragione che era impossibile sedersi, coricarsi, anche solo inginocchiarsi.
Le sardine vengono allineate nella scatola, noi avremmo avuto lo stesso aspetto se il vagone si fosse rovesciato su un fianco, con l'unica differenza che le sardine sono morte e pulite, noi eravamo vivi e sporchi.
In quel vagone ci rimasi quattro giorni e quattro notti, mi pare, ho perso un pò il conto, alla fine.
Attraverso una piccola fessura tra le assi della parete del vagone, alla quale ero appoggiato, potevo vedere l'alternarsi della luce e del buio e questo manteneva un pò in movimento la mia mente e mi impediva di sentire la puzza che mi circondava.
Quando uno dei sensi non lavora gli altri si acuiscono in modo sensibile, se i miei occhi non avessero visto altro che il buio assoluto il mio naso avrebbe preso il comando, avrebbe indagato l'aria e penso che sarei impazzito.
Come tutti mi ero cagato e pisciato addosso fino a che la mancanza di cibo e acqua non aveva mandato in letargo le mie funzioni corporali. Al principio avevo provato imbarazzo nel farlo, avevo cercato di trattenermi, infine, conscio che quel vagone non si sarebbe fermato, mi ero lasciato andare.
I miei escrementi mi si erano asciugati addosso, i vecchi pantaloni di grosso cotone di colore grigio che mi avevano obbligato ad indossare senza biancheria mi davano la sensazione di essere come un foglio di carta vetrata che lentamente mi raschiava la pelle del culo e dei genitali.
Il silenzio che mi circondava era più scuro della notte, anche gli indomabili ottimisti avevano taciuto alla fine, anche quelli che credevano che quei porci bastardi che ci avevano chiuso in questi luridi vagoni l'avessero fatto per portarci in qualche ameno luogo di villeggiatura, anche quelli che avevano continuato a tranquillizzare i loro sconosciuti improvvisati vicini, anche quelli che avevano pianto ed urlato sin dal primo momento.
Io, ed io a quale schieramento appartenevo?
Avevo paura, chi non ne aveva altro non era che uno stupido od un folle.
Non si poteva non avere paura, spinti da soldati armati tutti vestiti nello stesso modo in viaggio verso una destinazione sconosciuta.
Però in qualche modo sapevo che avrei potuto controllare la mia paura, anche mi avessero ucciso, anche mi avessero picchiato, anche mi avessero urlato in faccia sporco ebreo, nulla sarebbe stato peggio che sentire la mia merda che mi scivolava lungo le gambe, una volta, due volte, tre, e non per un incidente, una improvvisa diarrea ma solo perché non c'era altro modo di farla.
Non avrebbero picchiato, insultato, ucciso un uomo bensì solo un vuoto involucro.
La punizione che ci veniva inflitta era cento volte peggio della morte, era qualcosa che anche sopravvivendo non ci avrebbe mai abbandonato.
Ricordo il viaggio.
Ricordo anche quando arrivammo.
Ricordo la luce che ci accecò, ricordo le mosche che si gettarono in nugoli fitti verso la nostra massa puzzolente, ricordo i pantaloni macchiati di marrone e giallo e ricordo le facce, bianche, diafane, quasi azzurre venate di giallo e gli occhi spenti in fondo a buche scure scavate nei volti.
E ricordo che urlai, ricordo che dissi la verità per la prima ed ultima volta nella mia miserabile vita, dissi che non ero ebreo, continuai ad urlarlo, con i polmoni in fiamme e la gola che disperatamente chiedeva acqua.
Nessuno mi ascoltò, mi lasciarono urlare finché non smisi da solo poi mi spostarono nel gruppo sulla destra.
Quando vidi le docce immaginai il tocco dell'acqua sulla pelle sporca, la sentì scorrermi nel corpo attraverso la bocca aperta.
Poi mi addormentai.
Ho condiviso la sorte di quella povera gente, io, io solo meritevole di tale fine.
Io che mi ero nascosto nel ghetto ebraico solo per sfuggire al linciaggio della gente, io che mi ero finto ebreo per non essere riconosciuto.
Io povero miserabile rifiuto del mondo, io che quella piccola bambina in qualche modo l'amavo, di un amore proibito.
Io che quella bambina, per uno sbaglio, per un piccolo incidente, non volevo, non l'ho fatto apposta.
Io che quella bambina ha smesso di respirare.
Io che insegnavo e le avevo chiesto di rimanere dopo la lezione e le avevo sollevato la gonna per guardarle meglio quelle graziose gambe lisce.
Io che l'avevo toccata e quando aveva cominciato a piangere le avevo messo una mano sulla bocca.
Non l'ho fatto di proposito.
Io che corsi fuori dalla scuola, non per cercare aiuto.
Io che corsi fuori dalla scuola per dare un rifugio sicuro alla mia vergogna, alla mia colpa.
Io che accolsi la morte perché altra via d'uscita per uno come me non v'era.
Io che non ricordo quanto ho dormito ma che oggi viaggio ancora, ancora una volta verso una destinazione sconosciuta.
L'inferno che qualcuno mi ha riservato non è un posto speciale, con le fiamme ed i demoni che mi straziano le carni, il mio inferno è il viaggio, il mio inferno sono quegli escrementi che non posso togliermi di dosso.
Io sono io ma il mio corpo è diverso, vedo il mondo da una prospettiva diversa.
Ho scorto qualcosa del nuovo me in una pozza d'acqua, un giorno, ma non ho capito bene cosa fosse.
Oggi viaggio con tanti come quel nuovo me.
Musi rosa e code ritte a cavatappi, corpi grassi e nudi, strani suoni.
In piedi sulle quattro zampe, senza spazio per distendersi.
Unico io tra tutti, io so che il viaggio è lo stesso.
Io so che la fine del viaggio sarà la stessa.
Birdie Parker
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